Strade pericolose

Strade pericolose

Kareem si lanciò prontamente quando l’auto nera non si fermò a quel semaforo.

Da diversi anni ormai cercava di raccogliere i pochi spiccioli di cui necessitava “zigzagando” tra le auto in coda e aveva così imparato ad avere mille occhi.

Insieme a molti altri fu salvato dalla Guardia Costiera mentre era disperso al largo dell’isola di Pantelleria.
C’erano quarantatré persone, nessuno di loro ebbe la possibilità di mangiare o bere per tre giorni e tre notti.
All’inizio pensò che non ci fosse nulla di più tremendo delle urla dei bambini che non trovavano il conforto del seno materno, ma si ricredette.

Una giovane sedeva poggiandosi su un parapetto e dolcemente si dondolava avanti e indietro con il viso rigato di lacrime rivolto alla sua piccola creatura. Le si avvicinarono in due, armati di fucile, le strapparono il fagotto dalle braccia e lo gettarono in mare: non potevano permettersi cadaveri a bordo. Lei lottò con tutta sé stessa, sputò addosso agli uomini, urlò maledizioni e imprechi, freddamente le spararono e la gettarono in mare.

Cadde il silenzio, dilagò la disperazione.

Si aggiunse alla fame e alla disidratazione, nessuno dei superstiti aveva le forze o il coraggio di muoversi, né di pensare, non sapevano se fossero rimasti in mare per un giorno o per un anno, né avevano interesse di scoprire quanto ancora sarebbe durato il loro viaggio.

Doveva essere mattino presto a giudicare dal sole rosso a pelo d’acqua e si, gli pareva di ricordare che poco prima fosse più buio, crebbe l’agitazione tra coloro che gestivano la tratta, li sentiva urlare ma non riusciva a distinguere le parole, poi capì che qualcuno dall’esterno della barca stava comunicando con loro, sentiva una voce lontana ma molto forte, che si esprimeva in una lingua che non conosceva.

Si sentì sollevare, fu avvolto in una coperta e aiutato a spostarsi su un’altra imbarcazione, dove ricevette dell’acqua e fu aiutato a mangiare.

Le settimane successive furono un susseguirsi di attese estenuanti e spostamenti senza meta che lo portarono in questa città, dove non trovò la felicità, ma era in grado di dargli tutti i giorni ciò di cui aveva bisogno per arrivare all’alba dell’indomani.

Nelle interminabili giornate fermo ai semafori, sotto il sole di mezzogiorno, o con il vento gelido dell’inverno a cui non era abituato nella sua Algeria, aveva imparato come guadagnarsi da vivere, sapeva riconoscere chi lo avrebbe aiutato, chi no e chi era meglio non infastidire.
Sapeva di essere su una strada e che spesso, nel tragitto verso il lavoro, le persone sono distratte e non badano a chi si trova sulla loro strada, a volte vedendo di chi si tratta decidono di non rallentare.

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Gabriele

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