L’IA ci rende imbecilli

Affermazione provocatoria, per alcuni offensiva, ma penso più che lecita.

Gli strumenti basati su IA generativa sono sempre presenti e direi invadenti nelle nostre vite, ma veramente sono al nostro servizio? Veramente ne abbiamo una necessità così impellente?

Da quando ChatGPT è stato rilasciato, vedo quotidianamente decine di colleghi che si affidano completamente e quasi ciecamente ad esso per qualsiasi compito: da come risolvere un dato problema, scrivere un nuovo pezzo di software, scrivere una e-mail, scrivere un messaggio di chat aziendale fino a sentire più volte durante una riunione le seguenti parole: “ChatGPT mi ha detto…”, con una forte tentazione di rispondere: “Se ChatGPT ‘ti ha detto’, penso tu possa lasciare questa riunione e inviteremo ChatGPT”.

Mi è anche capitato in diverse occasioni che i candidati durante i colloqui copiassero parola per parola il testo del problema di cui chiedevo la loro soluzione, provassero la risposta sperando fosse quella giusta per poi ripetere il processo fino a che io non fossi stato soddisfatto oppure gli avessi fatto una nuova domanda.

Sarò magari legato a principi antiquati, ma veramente?
Veramente siamo così pigri, ignoranti e balordi da non fare il minimo sforzo per metterci il nostro contributo?
Non siamo in grado di scrivere una e-mail? Non sappiamo ragionare per risolvere un quesito che ci viene posto?

Ma a parte questo piccolo sfogo, quello che mi lascia perplesso è che tutti temiamo di perdere il lavoro per colpa dell’Intelligenza Artificiale, ma allo stesso tempo ci lasciamo sostituire o plasmare facilmente e di nostra spontanea volontà.
La cosa più allarmante è che il rischio non sia solamente legato al lavoro.

Quando scriviamo, trasferiamo una parte di noi insieme al messaggio che vogliamo trasmettere, è inevitabile: ogni momento è diverso, ogni stato d’animo, ogni situazione, ogni persona.
Tutto si influenza in maniera unica.
Se lasciamo ChatGPT scrivere al posto nostro e magari un po’ alla volta nella nostra mente iniziamo a pensare che il suo output rifletta noi stessi, poi cosa diventiamo? Cosa possono percepire gli altri di noi? Che relazioni personali possiamo costruire?

Facciamo un esempio: io non sono un esperto, ma lavoro nello sviluppo software per cui ho studiato le basi dei meccanismi dell’IA generativa.
Ora lasciatemi semplificare brutalmente il concetto: le IA generative sono strumenti che ricevono un input (il nostro prompt) e “tirano ad indovinare” per fornire una risposta.
Le aziende tech stanno investendo miliardi per perfezionare questi strumenti e farli indovinare sempre meglio, con risultati notevoli, ma il concetto alla base non cambia, l’IA attuale non capisce le nostre domande, o almeno non con il significato umano di “capire”.
Le domande vengono in qualche modo convertite in informazioni che un computer possa elaborare e quindi generare la risposta più probabile basandosi sui dati raccolti durante quello che viene chiamato Training.

Un esempio pratico? Uno dei più immediati è il suggerimento della prossima parola quando scriviamo sul nostro smartphone.
Ormai è una funzionalità familiare a chiunque: quando digitiamo una parola, immediatamente ce ne viene proposta un’altra che, spesso, risulta essere quella che avremmo voluto digitare
Come si ottiene questo?
Possiamo partire con una semplice statistica: prendiamo gli ultimi cento messaggi che abbiamo inviato e ad esempio si può notare che, visto che spesso scriviamo alla nostra fidanzata, è molto comune trovare le parole “ciao amore” vicine tra loro, anzi diciamo che il 70% delle volte la parola “ciao” è seguita da “amore”.
Detto fatto, ogni volta che scriviamo ciao, per il software la cosa più probabile è che poi sarà seguita da “amore”, pertanto sarà questo il suo suggerimento.

Ora, se per il 70% delle volte il suggerimento risulta corretto, cosa ne è del restante 30%?
Non parlo delle volte in cui salutiamo qualcun altro, e quindi scriviamo correttamente “Ciao Pietro” per esempio.
Parlo delle deviazioni rispetto alle nostre abitudini, magari dovute ad un particolare stato d’animo, o a qualcosa che è appena successo, un’emozione e stiamo per scrivere alla nostra fidanzata “Ciao luce dei miei occhi”, ma appena finiamo la parola “Ciao”, quasi inconsciamente accettiamo il suggerimento che ci propone “amore” e praticamente senza neanche accorgercene il messaggio che inviamo non è più quello che avremmo voluto scrivere.

Questa differenza, che viene a mancare, penso abbia un’enorme importanza nelle nostre vite: è in grado di spezzare l’abitudine e la monotonia, e rende uniche le relazioni che viviamo.
Senza queste deviazioni occasionali corriamo il rischio di una vita sempre più piatta, uniformata composta da sentimenti ed emozioni che vengono in qualche modo limitati.
Se pensiamo di applicare lo stesso esempio a tutti i campi della nostra vita, cosa che sta succedendo, cosa pensiamo di ottenere?

Se anche il nostro modello di IA indovinasse il 99% delle volte, quel 1% di diversità perso sarebbe una perdita terribile.
E non dobbiamo fare l’errore di pensare che non ci riguardi.
Quante volte abbiamo un’idea diversa da tutte le persone che ci circondano?
Ci è mai capitato di essere gli unici ad avere l’auto di un tale colore?
Di essere gli unici in tutta la sala ad avere scelto un determinato piatto?
Quel 1% perso siamo tutti noi.

La nostra mente e le nostre capacità sono grandiose e per molti aspetti senza limiti.
L’uomo è stato in grado di pensare e realizzare l’inimmaginabile senza l’ausilio della tecnologia, quando il computer non era ancora stato ipotizzato: pensiamo all’arte, all’architettura, alla letteratura, alla musica.
Quindi continuiamo ad utilizzare l’IA perché è uno strumento molto potente, ma utilizziamola per quello che è: uno strumento, appunto.
Facciamoci aiutare nella nostra quotidianità, tenendo bene a mente quali siano i ruoli in questa interazione e senza lasciarci rimpiazzare. Non lasciamo che la pigrizia, la fretta, le pressioni esterne o lo stress ci facciano commettere l’errore di “spegnere il cervello” e fidarci ciecamente del risultato.
Quando chiediamo qualcosa, ragioniamo e siamo specifici, forniamo dettagli e analizziamo con cura le risposte, e magari approfittiamone per imparare qualcosa di nuovo e per non aver bisogno di digitare nuovamente un prompt in futuro.

Utilizziamo l’IA per crescere, non lasciamo che ci renda imbecilli.

Nota: l’immagine di copertina è stata generata con IA: l’ho fatto con serenità perché è un contorno a questo articolo, non il suo cuore.

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Gabriele

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